
La struttura essenziale dello Yoga, Yama e Niyama
Per iniziare a vedere... chiudi gli occhi.
"Chiudere le palpebre per poter trascendere il guardare ed accogliere il vedere" è la prima azione "volontaria" che ci schiude la porta d'ingresso all'anticamera dello Yoga.
Il mio costante invito, condivissuto con imperturbabile fiducia, ripetuto quotidianamente nelle nostre pratiche più e più volte, all'immersione nell'invisibile, nella via di abbraccio alla cono-scienza, attraverso lo Yoga, è la base "essenziale" dello Yoga stesso.
"Chiudiamo gli occhi", esorto ripetuta-mente, "e potremo attingere allo stupore" che può fiorire in noi...
L'essenziale è invisibile agli occhi, intangibile, è la struttura sottile attraverso la quale il tutto può manifestarsi.
Se questa affermazione, così utilizzata ma altrettanto incompresa, fosse spogliata della sua funzione consolatoria e riportata dentro una cono-scienza della percezione, allora diventa una delle affermazioni più dure e precise che si possano pronunciare, perché ci obbliga a riconoscere che ciò che è essenziale non è invisibile perché lontano, nascosto o misterioso, ma perché noi non vediamo mai direttamente ciò che è, e continuiamo a interpretare prima ancora di esserci accorti di stare interpretando.
L’essenziale, alla radice etimologica, non è ciò che appare importante perché emoziona, colpisce, consola o spiega qualcosa in maniera immediata, ma ciò che appartiene all’essenza, ciò che dichiara la natura profonda di una cosa, ciò senza cui quella cosa non sarebbe ciò che è (è senza) e proprio per questo l’essenziale resta invisibile allo sguardo ordinario, perché lo sguardo ordinario non cerca la struttura che genera l’apparizione, ma si ferma alla forma in cui quella struttura diventa soggettivamente, maneggiabile, traducibile, illusoriamente oggettiva (nulla lo è in effetti proprio perché ogni istante è unico) e dunque sempre più lontana dalla propria radice.
Ognuno interpreta ciò che è con ciò che sa già leggere, non si osserva la struttura, si cerca l’effetto "verificabile e ripetibile" e ciò, nella realtà, non esiste se non per apparenza.
Ogni parola è figlia di una cultura ben specifica (lo Yoga è stato riportato in sanscrito, una lingua in cui non esiste il concetto di possesso, ma trascendente il tangibile, spirituale, solo dopo essersi diffuso attraverso la saggezza verbale), dunque la "trascrizione e traduzione" è già una deformazione e, per l'occidente che "non ha profonde radici spirituali" , è la scelta più comoda che permetta di continuare a restare uguali davanti ad un testo originalmente scientifico/spirituale che invece avrebbe la funzione di trasformare (acquisendo conoscenze esperienziali), andando ad oltrepassare le barriere di visione (che creano divisione), convinzioni basate sul visibile, che oscurano la libertà di trascenderne i condizionamenti.
È precisamente qui che la questione degli Yama e dei Niyama diventa un caso esemplare, perché pochi passaggi dei Patañjali Yoga Sūtra sono stati più ripetuti, più insegnati, più resi accessibili e, nello stesso tempo, più neutralizzati nella loro potenza operativa, più semplificati anche per compassione, più distorti e bistrattati. La divulgazione moderna, soprattutto nel suo passaggio occidentale, ha consolidato l’abitudine di chiamare gli Yama contenimenti morali e i Niyama osservanze, cioè "regole" interiori o morali (come in materia religiosa dove è qualcuno di superiore ad imporle ma lo Yoga originariamente non abbraccia alcuna religione ne scissione tra la Vita umana, da quella divina o animale, vegetale ecc), e questa traduzione è stata sostenuta e diffusa da una linea interpretativa occidentale semplicistica, basata sul visibile, non sull'essenza, cioè l'invisibile.
La compassione dei maestri che portano un concetto dall’altra parte del mondo può produrre una semplificazione necessaria, perché ogni trasmissione ha bisogno di una soglia di accesso, di una lingua comune, di una forma iniziale che permetta a chi non possiede ancora la "struttura di conoscenza" di non essere immediatamente escluso. Distortiva e mutilante è la successiva cristallizzazione all'ingresso, senza ulteriore avanzamento, quando quella soglia viene scambiata per la totalità, e ciò che doveva servire a introdurre una complessa via, di studio e trasformazione, diventa il modo ordinario per impedirle di emergere. Così gli Yama e i Niyama, da configurazioni profonde della mente, diventano le “prime due parti” di una Ashtanga Yoga spiegata come una scala, tecnica e morale, una specie di educazione preliminare alla buona condotta spirituale, e questa lettura, ripetuta in corsi, manuali, formazioni, scuole e divulgazioni, finisce per sostituire la domanda più seria: Patañjali, nel trascrivere cono-scienze psicospirituali di evoluzione interiore, quindi intangibile, sta davvero esponendo delle "regole" correlate al tangibile?
Se si torna al testo, la risposta non può essere data con leggerezza, perché Patañjali non costruisce alcuna dissertazione morale sugli Yama, non li spiega come virtù, non li presenta come comandamenti, non dice “comportati così”, non fonda una pedagogia etica del praticante, li elenca come ordine di esperienza in un punto preciso del percorso, e poi, soprattutto, mostra che cosa accade quando ciascuno di essi è stabilito.
Patanjali non indica l’applicazione occasionale di una regola, né la buona volontà intermittente di un individuo che cerca di migliorarsi, ma la radicazione di una configurazione nel campo mentale, il suo stabilirsi fino a diventare struttura, il suo crescere consapevol-mente come concetto operativo che non ha più bisogno di essere ricordato e ripetuto perché è divenuto fioritura di Sé.
Questo è il punto che viene perso quando si traduce troppo presto e si rincorre un obiettivo senza pazienza: Patañjali non sta dicendo che se applichi una regola diventi moralmente migliore, ma che quando una configurazione è stabilita mentalmente in te, da essa derivano effetti stupefacenti e verificabili in ogni orizzonte si osservi, non dunque una morale ma una fenomenologia della trasformazione mentale.
Yama
I 5 Yama (tradotti semplicisticamente come Codice Etico Universale) risultano decadere in un elenco di norme di buona condotta, se astrusi dal contesto di trasmissione verbale di cono-scienze psichiche, cognitive, spirituali, in cui Patanjali li raccoglie e porge fiducioso.
Questa è la traduzione che si ritrova diffusamente e risulta affine ai "comandamenti" divulgati in imposizione dalle più svariate religioni:
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Ahimsa: Non violenza, compassione verso tutti gli esseri.
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Satya: Verità, sincerità nelle parole e azioni.
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Asteya: Non rubare, rispettare la proprietà altrui.
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Brahmacharya: Moderazione, controllo dei sensi e delle energie.
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Aparigraha: Non attaccamento, assenza di avidità e possesso.
Ecco che da una tradizione dogmatica di “non violenza” nel tangibile si può orientare l'azione verso l'essenziale, spirito, mente: ciò, come invito a riaccendere all'essenziale, alla struttura psichica, cognitiva, mostra che quando la conflittualità è dismessa alla radice, attorno a quella persona si produce un campo pacificante, come se la presenza stessa non offrisse più appigli ad alcun possibile conflitto e "sparisse" dalla mente il significante stesso.
Ecco che “Coltivare la verità” nell'essenza, mostra che quando la verità è stabilita, le azioni e i loro frutti trovano in quel soggetto il proprio punto di appoggio stabile, riabbracciando l'essere parte, dunque rendendo impossibile qualsiasi altro opposto come semplicemente possibile. Sei parte, reale, vera, nella tua unicità.
“Non rubare”, ci indica che quando non sottrai nulla alla realtà e totalità riconosciuta, ogni sua parte si rende presente come tesoro, perché smette di essere divisa da te quindi possibile da uno stato differente... sei parte del tutto, tutto è con te, come puoi possederlo o non possederlo se sei tu stesso?
Questa non è etica comportamentale, è fisica sottile giunta ed accolta dal campo mentale, è causalità cognitiva non casualità di visione, è la descrizione di come un principio, una volta stabilizzato, smetta di essere un’idea e diventi ambiente, direzione, magnetismo, ricorrenza, modo in cui il "mondo" stesso comincia a rispondere alla configurazione della mente che lo attraversa.
Come la fisica quantistica dichiara e comprova, proprio in questo momento di buio storico delle scienze materialistiche "divisive" degli ultimi secoli, la mente crea, perché parte strutturale del tutto, matrice invisibile ed essenziale della manifestazione visibile come sottolineò anche Einstein dicendo che "la materia non esiste".
Quando la "non violenza" si stabilisce, non ri-nasce semplicemente una stabilità emotiva mite e serena di fronte ad ogni situazione le si presenti, ma una presenza nella cui prossimità, di eventi, anche critici inattesi, la conflittualità non trova più la medesima struttura di risonanza.
Quando la "non falsità", quindi l'autentica realtà, si stabilisce, non ri-nasce semplicemente una persona sincera, ma un soggetto in cui azione e frutto cessano di separarsi, nel quale tutto è sotto ad una stessa luce evidente.
Così per tutti gli altri Yama, la direzione sperimentata, è di una taratura della strumentazione psico percettiva che procede prima per "allineamento" alla realtà più pura e poi per intuizione naturale, spontanea.
Niyama
Il passaggio agli Niyama invita, grazie al prefisso ni, ad un movimento di interiorizzazione, di direzione più profonda, di raccolta, di determinazione verso un centro, e se lo si legge nella continuità del testo e non come voce isolata di un glossario, il Niyama appare meno come una pratica positiva da aggiungere alle precedenti e più come una cessazione interna, una riduzione sempre più intima di ciò che continua a sporcare, deviare, indulgere, confondere e disperdere nel campo mentale.
Si giunge dunque davanti a un grado più profondo dell’opera di sottrazione, come se ciò che negli Yama si stabiliva nella forma di configurazioni capaci di produrre effetti nel campo relazionale e percettivo, negli Niyama entrasse più profondamente, oltre il tessuto mentale superficiale, e cominciasse a lavorare sulla qualità stessa del terreno, sull’ambiente più profondo nel quale la mente può o non può essere resa limpida.
5 Niyama (tradotti diffusamente come Osservanze di Disciplina Personale, quindi strettamente limitati al corpo fisico, all'identificazione fisica, relazionale, sociale, pragmatica dell'esistenza umana) risultano, finalmente e più appropriatamente, passaggi sempre più lontani dall'intento originale:
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Saucha: Purezza, pulizia.
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Santosha: Contentezza, accettazione.
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Tapas: Disciplina e pratica.
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Svadhyaya: Studio di sé, introspezione e studio dei testi sacri.
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Ishvara Pranidhana: Abbandono al divino, resa al "superiore".
Riconducendoci alla focalizzazione che il testo offre, cioè l'ascesa verso il Samadhi, attraverso l'abbraccio all'essenza del tutto, è chiaro che la traduzione occidentale risulta alterata dalla storia di popoli cresciuti attraverso l'imperare del materialismo, di domini politico-religiosi, di dittature fondate sulla relegazione all'ignoranza ed alla paura, sulla divisione e dunque sulla sempre maggiore focalizzazione verso ciò che è visibile, accumulabile, vendibile, simbolo di ricchezza e potere (potenzianti l'ego e la prevaricazione ma, oggi sempre più chiaramente, illusorie tanto quanto la "permanenza" del tangibile, vie di autoprigionía ed insoddisfazione "interiore").
Lo Yoga è via spirituale, per questo, il primo Niyama, non può essere ridotto a “pulizia” nel senso igienico, morale o decorativo del termine, perché Patañjali, ancora una volta, non spiega una regola fisica, ma indica una risultante potentissima e per molti disturbante: dalla purificazione, che necessariamente dobbiamo leggere in continuità con il testo come prodotto del lavoro di allineamento dell'ottica operata dagli Yama, nasce una "distanziatura" dal proprio corpo e una non-tendenza all'identificazione in esso, così come nella relazione con la vita attorno, non più "corpi", ruoli, status, di maggiore o minore importanza, ma esperienze uniche in costante trasformazione.
Se questo passaggio viene letto con gli occhi del moralismo moderno, appare come rifiuto, disprezzo, una visione anti-corporea, se invece viene letto dentro la continuità del testo, mostra qualcosa di molto più preciso: la purificazione ricolloca l’organo identificativo più forte, il mezzo nel quale ci siamo maggiormente riconosciuti ed identificati, il luogo dove ahamkara (ego e compartecipi alla separazione, giudizio, paura, quindi sofferenza) esercita il suo più forte potere: il corpo, dandoci la possibilità di ricondurlo in uno stato di non prevalenza. Un passaggio di disidentificazione naturale, rispetto al percorso iniziato negli Yama, che ne consegue una più potente, funzionale, identificazione nell'invisibile.
Laddove l’identificazione nel corpo è massima, la spiritualità decade, perché il corpo non è un oggetto qualunque nella nostra esperienza, ma il puro manifestarsi mentale, appartenenza, separazione, desiderio, contatto, possesso, paura, cura, immagine, riconoscimento, e dunque, limitazione alla naturale fluida impermanenza, quindi serenità nell'accogliere il cambiamento.
Quando dunque il concetto di "pulizia" rinvigorisce e germoglia consapevolmente si avverte uno spostamento della gerarchia percettiva, una discesa del corpo dalla posizione di centro assoluto alla posizione di strumento esperienziale.
Questo è il senso della "distanza" che ci riavvicina: non una fuga dal corpo, come mezzo di peccato (per molte religioni e filosofie) ma la cessazione della sua tirannia identificativa riunificandolo alla mente, all'anima, al nostro essere tuttuno con l'universo.
La purificazione produce, dunque, un assottigliamento dell'idea di "altro corpo" identificativo, indirizzandoci pienamente verso l'idea e la coscienza di un corpo materico unico, manifestazione di una grande mente universale.
Da qui, la pulizia interna riduce la complicità con ciò che mantiene la confusione, questa riduzione prepara una forma di appagamento che non dipende più dalla continua nutrizione e saturazione del desiderio (che si rigenererebbe esponenzialmente), l’appagamento libera energia dalla dispersione, e questa energia può essere orientata come forza capace di bruciare la letargia e l’indulgenza con cui la mente tende a proteggere i propri automatismi.
In questa linea, lo “studio di sé” così come viene spesso banalizzato, è il governo del monologo interiore o ancor meglio del sistema rappresentativo reso possibile da un impianto teorico che argina, indirizza, disciplina e costringe la mente a non interpretare più tutto secondo le proprie abitudini. Ecco che l'osservazione dell'osservatore ci porta a riscoprirci Sé, non mente automatizzata "l'io" egoico frutto della società in cui siamo cresciuti: offre finalmente la possibilità di riconoscere nei nostri pensieri, parole ed azioni una "meccanicità" che prima non riconoscevamo e ci libera nelle scelte quotidiane.
Senza testo, senza direzione, senza grammatica, senza teoria il monologo interno continua a usare anche la pratica per confermare sé stesso, e dunque può diventare più sofisticato senza diventare più vero; con lo studio reale, la osservazione del pensiero, invece, il campo mentale riceve una struttura che non lo lascia più parlare indisturbato, e proprio questa struttura rende possibile l’incontro con ciò che per il praticante assume la forma di una deità, con essenza luminosa, parte di un tutto divino, non come figura esterna da ridurre a devozione sentimentale, ma come settore della conoscenza totalmente armonizzato verso cui lo sguardo può essere indicizzato nella sua totalità.
Così proseguendo, il semplicistico "abbandono a dio" non è più invito a sottostare ad una forma religiosa, separazione tra noi ed una entità superiore arbitraria (creata per mantenere nell'incapacità di vedere la propria arteficità di vita) ma un orientamento dello sguardo verso una "realtà migliorativa di governo" di sé rispetto ad un tutto, e tutti, che giunge a riposizionarsi con sé stessi, ne più in alto ne più in basso, ma unificato all'osservatore, che giunge ad essere inglobato nel tutto, più veritiera traduzione della parola, una istanza capace di attrarre, ordinare e guidare il campo mentale oltre la sua autoreferenzialità egoica.
Ecco che ciò che viene consegnato non è una rinuncia della responsabilità (nel caso in cui si riconoscesse un dio che decide per noi e giudica il nostro operato), ma una cessazione della pretesa egoica di essere il centro ultimo della propria direzione.
Anche qui l’essenziale non si vede, perché ci fermiamo alla parola devozionale, alla traduzione più facile, al linguaggio religioso o antireligioso con cui la nostra mente è già pronta a reagire, e perdiamo il movimento effettivo: una mente che, dopo essere stata purificata, appagata, riscaldata, studiata e disciplinata, viene orientata verso un principio di governo superiore alla propria frammentazione... l'essere artefici di un viaggio evolutivo mentale/spirituale nel riabbracciare la visione d'essere parte di un tutto mente/spirito al quale poter attingere nel nostro "partecipare" consapevole.
Ecco che avviene una trasformazione della strumentazione percettiva, una rieducazione dello sguardo che viaggia prima attraverso l’allineamento stabile delle configurazioni fondamentali e poi attraverso una serie di infusioni sempre più interne, fino a rendere la mente capace di leggere ciò che "normalmente" non vedeva prima nella sua limitata ampiezza di coscienza.
Riportare la mente abbastanza pulita, stabile, ardente, studiata e orientata significa poter smettere di sostituire l’essenziale con le "interpretazioni" conseguite in un sociale "dipendente" dal visibile.
Non giudicare gli eventi, scegli la tua direzione, unica e sentita.
Aver trasformato indicazioni operative, per governare la propria mente, in etichette morali in cui troviamo paura e sensi di colpa, aver preso una grammatica della percezione e averla resa un manuale di buona condotta nella quale ci imponiamo inconsapevolmente regole non comprese fino infondo, aver scambiato l’invisibile per inesistente e il visibile per essenziale, mentre il testo lavora esattamente all’opposto, perché mostra effetti visibili solo per permetterci di intuire le strutture invisibili che li generano è limitativo, riduttivo e banalizzante ma naturale per la società fondata sul consumismo materialistico.
Si può decidere di continuare a guardare senza vedere, vittime di una generalizzata forma di sopravvivenza, oppure scegliere di intraprendere una strada propria di conoscenza e divenire artefici della propria esistenza. In un modo, o in qualsiasi altro, siamo tutti parte artefice di un universo perfetto, dove tutto in esso ha la propria funzione.
Non giudicare, semplicemente scegli la tua strada perché ti porti ciò che risuona a te più affine.
Per chi dunque percepisce un richiamo verso una visione che "sente mancare" nella propria esistenza, per chi ha domande alle quali il tangibile non è riuscito ancora a rispondere con completezza, se proprio il tangibile, verso il quale questa società ha portato gran parte dell'umanità ad identificarsi, a vivere in una crescente condizione di sofferenza e disarmonia, emotiva, psichica, fisica, il riabbracciare la conoscenza dell'essenziale, che è struttura del tutto, riapre alla libertà di riscoprirsi non solo artefici di una nuova armonia ma sempre più capaci di evolvere verso una libertà profonda e forte, attraverso la quale godere del proprio tempo di vita come investimento al futuro infinito del nostro viaggio.
Con infinita gratitudine per ogni cosa... vi aspetto con gioia in questo viaggio meraviglioso.
Shanti, Annette